Aramirè va via.
Una festa.
Di quelle organizzate fra amici, dividendosi i compiti. A casa mia? A casa tua? Mettiamo un tanto a testa per la spesa. Ognuno porti qualche sedia. Chi sistema le lampadine? Chi lo stereo? Suoniamo?
Le domande, i dubbi. Verrà qualcuno?
Fa niente, se non viene nessuno ci divertiamo fra di noi e ci mangiamo tutto.
Poi comincia ad arrivare gente, si mangia, si beve, si balla. Ci sono anche i parenti anziani, seduti, che guardano, ridacchiano, ma si divertono e qualcuno balla pure. Si sta bene.
E l’allegria, i suoni richiamano altra gente. E più siamo e meglio stiamo.
Poi. Poi cominciano ad arrivare i maleducati. Quelli che hanno snobbato la festa mentre la si preparava, ma, visto che funziona, ci si sono fiondati e si imbucano.
Non hanno fatto nulla per la festa, ma ne approfittano. Buttano il mangiare per terra, fumano e buttano le cicche per terra, si ubriacano, danno fastidio alle ragazze, vomitano nel lavandino e lo otturano.
Ma nel casino generale nessuno se ne accorge e tutti continuano ancora a divertirsi.
Per un po’.
Ma gli ultimi arrivati sono sempre di più, sempre più prepotenti, arroganti ed invadenti. Qualcuno prova a dire qualcosa, ma gli rispondono sprezzanti: "Io sono il tale, io sono importante, pago tutto io". A parole.
Gli anziani se ne vanno infastiditi.
Qualcuno comincia a tentare di tamponare i danni, pulisce il vino versato dalla damigiana rovesciata, chiede un po’ di autocontrollo con toni sempre meno urbani. Si comincia a litigare. Ma molti ormai sono ubriachi ed anche alcuni degli organizzatori si lasciano andare. Qualche sedia inizia a rompersi e i muri sono imbrattati di cibo, di vino, molti CD sono sparsi per terra e la gente ci cammina sopra.
L’atmosfera gioiosa è ormai degradata ed alcuni se ne vanno.
Sono i più furbi, quelli che sono riusciti a rimorchiare le ragazze carine, o i più introversi, che non si divertono più. I primi cercano un luogo tranquillo, dove poter continuare la serata, i secondi se ne tornano a casa.
E gli amici che hanno preparato la festa si guardano sconsolati, quelli ancora sobri, e pensano che domani dovranno pulire tutto e scusarsi con gli ospiti. Chissà se ne organizzeranno ancora, di feste?
Aramirè ha chiuso. Ce ne siamo andati in punta di piedi già da qualche mese, senza annunci o proclami o comunicati, dopo il nostro ultimo concerto a New York.
Siamo tra i furbi che hanno acchiappato, o tra gli introversi che se ne son tornati a casa?
Fate voi.
Se domani ci sarà da pulire, raccogliere i cocci, rimettere in ordine, probabilmente ci saremo.
New York, 19 gennaio 2007, Carnegie Hall.
Teatro pieno come un uovo.
Emozione nell’esibirsi in un luogo sacro della musica mondiale. Ben altri che noi hanno fatto musica lì, solo alcuni nomi: Armstrong, Coltrane, i Beatles, Frank Sinatra…
Per noi gioia ma anche stupore. Senso di responsabilità nel rappresentare la propria terra dinanzi ad un pubblico avvezzo a giudicare altri tipi di musica con la schiettezza che contraddistingue gli americani: nessun tipo di mediazione è prevista nel caso di audience delusa; nessuna remora a manifestare invece il pieno apprezzamento se il concerto sarà gradito.
Come sarà la pillola che ingoieremo? Lo zucchero degli applausi o il fiele dei fischi?
Spazziamo via ogni dubbio aprendo il concerto con un canto alla stisa, “Quantu me pari beddha de luntanu”, alla maniera degli Ucci di Cutrofiano: Uccio Aloisi e lo scomparso Uccio Bandello. Vogliamo dire questo a chi ci ascolta: la nostra musica è diversa, che vi piaccia o no. E' un rischio, molto più facile sarebbe stato aprire con una bella pizzica, coinvolgente da subito, ma Aramirè non è mai stato gruppo che scende a compromessi. Comunque è un rischio calcolato. Siamo bene in grado di eseguire un buon canto alla stisa.
E loro reagiscono dopo un interminabile attimo di vuoto. In quell’attimo ci passa davanti tutto quello che abbiamo fatto per essere lì, anni e anni e anni di studio, di concerti, di ascolto, di prove. Abbiamo sprecato la nostra occasione?
Ma loro, gli americani, reagiscono bene. E l’applauso, dapprima un clap clap isolato parte, si rafforza e diventa robusto.
“Lu rusciu de lu mare”, nella versione di Aramirè, prima la parte lenta, tradizionale, poi il nostro arrangiamento flamenco, con l’assolo di chitarra classica composto da Mauro Toma nell’ormai lontano 1996 (oggi eseguito da Antonio Ancora) sulla base di chitarra ritmica predisposta da Roberto Raheli (suonata oggi dallo stesso Mauro), supportata dalla scansione percussiva che Alessandro Girasoli faticava tanto a far digerire ad un recalcitrante Antonio Castrignanò all’inizio della sua splendida carriera.
Ma Antonio e Alessandro non sono più con noi, al loro posto Samuele Tommasi fa volare la mano sul tamburo con una sequenza di battute che accelerano il ritmo cardiaco, e Roberto Corciulo alla fisarmonica stende magistralmente un tappeto sonoro – melodico ed armonico – che rende naturale ed arioso il canto.
Presento – in inglese – il gruppo, Aramirè Compagnia di musica salentina, dall’Italia, dal Sud Italia, dal Salento, il tacco d’Italia, e quel pubblico ci restituisce il calore che abbiamo cercato di dare ai primi brani con un applauso fragoroso.
Il ghiaccio è rotto. Possiamo suonare.
Roberto Corciulo attacca con il tema scelto dalla Simpatichina per cantare le sue strofe di “Ieri sira”: “Ieri sira scii a casa/ casa alla mia signora/ e io la trovai allu liettu/ ca stia dormendu sola//”. Come un lampo mi passa per la testa quanto sia grande la voce di Niceta Petrachi, la Simpatichina, quanto poco compresa nel Salento, ma non c’è tempo. So che non sarò mai in grado di trasmettere emozioni neppure paragonabili a quelle che ha suscitato in me il canto della Simpatichina, ma tocca a me, apro la bocca e canto. E il canto a due voci, io, Roberto Raheli, e Antonio Ancora, seconda voce, segue quella variazione armonica che con Mauro venne fuori in una serata di tanti anni fa a casa sua. Due voci e una fisarmonica. Se ancora non era chiaro, ci teniamo a ribadire il concetto che la musica salentina è intrisa della semplicità di una civiltà rurale, che aveva solo le voci e qualche strumento per dar vita a perle di poesia. Ma sul finire del canto Mauro, con la chitarra, attacca la ritmica della nostra versione della pizzica di Aradeo, partono i due tamburi, Samuele ed Antonio, ed attacco a cantare le mie strofe di “Fermate”, scritte per la mia compagna, Stefania.
Non si può ballare alla Carnegie Hall, non c’è spazio e gli organizzatori sono stati taglienti nel comunicarci: “nobody on the stage”, non vi azzardate a far salire qualcuno a ballare sul palco. Ma il pubblico non riesce a star fermo e i loro piedi ci accompagnano con uno scalpitio a ritmo di pizzica chiaramente udibile nonostante l’amplificazione. Se viti ca se cotula lu pede quiddhu è lu segnu ca vole ballare…
Ma è solo un assaggio di pizzica quello che intendiamo dare, rallentiamo con il pezzo successivo, vogliamo dire: la pizzica c’è, ma il Salento è anche altro. Racconto di quelle donne di non moltissimi anni fa, raccoglitrici di olive, di tabacco, vendemmiatrici, che lavoravano tutto il giorno e racimolavano solo i soldi per comprarsi le noci a Natale. Quelle donne, “Fimmene fimmene”.
E’ il momento di Maria Vittoria Antonazzo, Mavi, con noi solo da pochi mesi dopo l’uscita di Stefania Morciano. Mavi è emozionata, il suo affiatamento con noi è solo all’inizio, ma canta e raggiunge il cuore nostro e del pubblico. Great voice le diranno dopo.
Mentre gli appalusi si spengono attacchiamo “Scusati signori”.
La cantiamo a botta e risposta, io e, da quando Raffaele Passiante non è più con noi, Samuele. Il ritornello "tocca" a Mavi.
Siamo alla parte centrale del concerto. Ci sentiamo ormai in corsa, il calore del pubblico ci riscalda e spingiamo su questo pezzo, che una donna sconosciuta registrò a Galatone per Alan Lomax, il grande ricercatore americano, il 13 agosto 1954.
E’ piccolo il mondo, il lavoro fatto da un americano nel 1954 (insieme a Diego Carpitella), ha ridato a noi salentini alcuni canti che la nostra memoria orale aveva perduto. E noi oggi li offriamo a loro. Meglio, molto meglio, questo tipo di interazioni fra i popoli, anziché l’esportazione armata della democrazia.
“Scusati signori” fu cantata come canto politico. Emblematiche sono le strofe: “Scusati signori tutti l’omini nu su pari/ c’è li lunghi, c’è li curti, c’è li belli e c’è li brutti// E nui li pori cafuni nnanzi nu piattu de maccarruni// senza carne, senza casu, la pijamu intra lu nasu//”. Salvandone lo spirito abbiamo inserito delle strofe attuali, sull’avvento dell’euro, sulle minacce di secessione del Nord, sui programmi spazzatura in televisione… sulla mercificazione del tarantismo da parte dei salentini del 2000. Chi l’ha detto che la musica salentina non possa parlare dell’oggi?
Continuiamo a spingere con “Quandu camini tie” cantata da Mavi, e poi il mio flauto attacca le strofe della nostra “Pizzica con flauto”. E’ un flauto ribelle, l’ho costruito io stesso dalla canna da pesca di mio zio Nuccio. A volte fa come gli pare, suona, poi si blocca, poi riprende. Ma alla Carnegie Hall dà il meglio di sé. E il pubblico rumoreggia. Alcuni “facinorosi” non riescono a stare fermi e negli angoli cercano di trovare lo spazio minimo per cominciare a ballare. E siamo a New York.
“Cali nifta”, “La canzone de li mestieri”, “La Carmina”…
Faccio un breve discorso per introdurre “O pillo pillo pì”. Questa è una canzone di protesta scrittta negli anni settanta da Cici Cafaro di Calimera, Salvatore Caldarazzo di Sternatia e Giovanni Pellegrino di Zollino. Parla del Vietnam, del Cile, della Palestina. Negli Stati Uniti c’è gente di ogni parte del mondo, in sala, lo saprò dopo, ci sono Cileni Americani, Palestinesi Americani, ed il Vietnam… bè quello è per tutti loro qualcosa che non possono ignorare. Quando dico che, a differenza degli anni settanta, oggi tutti i problemi e tutte le guerre sono finite e quindi abbiamo pensato di sostituire le strofe di allora con strofe d’amore, il pubblico ride alla mia battuta, e ride ed applaude quando dico che invece no, protesta era e protesta è ancora. E contro chi? Il nostro ex Premier Silvio. E lì l’applauso si fa dirompente. Silvio, Silvio, pure in America ti conoscono…
Ma ce n'è per tutti i gusti. “Mazzate pesanti”. La presento come un canto d’amore verso la nostra terra, piena di paesaggi bellissimi, di antiche chiese nei paesini assolati, di cattivi politici e gente senza lavoro. Gli americani sorridono, ridono ed applaudono. La nostra amica Mary Ciuffitelli me l’aveva detto prima del concerto: “di cattivi politici ne sappiamo qualcosa”. Svanisce la mia paura di non riuscire a far almeno intravedere il Salento come luogo dove vive gente vera, immersa nei problemi quotidiani, al di là dello stereotipo del tamburello e della taranta. Ma la taranta viene, con la nostra “Pizzica con violino”, ancora vitale anche se il tarantismo, per fortuna, non c’è più. La sua musica però è ancora bellissima, e noi la eseguiamo come l’abbiamo imparata dall’ultimo violinista delle tarantate, Luigi Stifani “from” Nardò.
E mentre le note del violino, i tamburi, il canto di Samuele si snodano e si dipanano, mi lascio andare ed il violino sembra suonare da solo.
Nella nostra pizzica abbiamo inserito alcune strofe che Stifani non faceva, prese da una pizzica suonata e cantata da Cosimino Surdo. Brizio Montinaro lo definisce una vera biblioteca vivente. Pochi giorni fa però Cosimino si è spento a Calimera, sua città d’adozione, essendo nato a Martano. Penso a lui mentre canto.
Il pubblico ci tributa un lunghissimo applauso alla fine del pezzo. Vorrei che almeno una parte di quegli applausi giungesse a Stifani o a Cosimino. So di non essere bravo quanto loro.
Il concerto volge al termine.
La “Pinna ponna” ispirata alle grida dei venditori ambulanti, gli “Stornelli”, cantati da Samuele alla maniera di Uccio Aloisi.
Salutiamo, è ormai quasi ora. Prima del concerto ci hanno detto che al massimo alle dieci avremmo dovuto chiudere. Un’ora e mezzo quindi per una scaletta che normalmente dura due ore. Se qualcuno ce l’avesse detto prima ci saremmo preparati di conseguenza, ma questi americani maniaci dell’organizzazione hanno trascurato questo piccolo particolare, per noi fra i più importanti.
Per stare nei tempi abbiamo saltato “Aremu rindineddha” con gran dispiacere di Mavi che si era preparata con scrupolo a cantarla.
Forse non si fa in tempo a chiudere con il nostro finale di sempre, “La pizzica degli Ucci” con il finale di armonica che è la cosa che ci appaga di più alla fine di un concerto ben riuscito. Altrimenti ci consola. In questo caso siamo nella prima tipologia, ma si potrà fare? I “boo” del pubblico quando facciamo la mossa di allontanarci dai microfoni ci riportano indietro. Qualche minuto ci sarebbe ancora e così partiamo. Ed il pubblico rumoreggia e acclama.
Il finale è da fuochi d’artificio. Il concerto è finito e sono le dieci e un quarto.
Penso alle persone che con il loro lavoro ci hanno permesso di portare lì quel concerto, a chi con le sue ricerche ci ha permesso di ascoltare i canti rauchi di contadini facendocene apprezzare la bellezza, a chi ha suonato prima di noi, a tutti quelli con cui abbiamo o ho suonato. Franco Tommasi, Gigi Lopalco, Gigi Chiriatti, Uccio Aloisi, Uccio Bandello, Raffaella Tommasi, Claudio "Cavallo", Gigi Toma, Umberto Panico, Massimo Gravile, Enza Pagliara, Gigi Lezzi, Gigi Schito, Luigi Stifani, Luigi Cecere, Admir Shkurtaj, Cesare Dell'Anna, Mario Salvi, Carlo "Canaja", Cinzia Villani… L'elenco è troppo lungo, dimentico di sicuro qualcuno.
Fuori troviamo la fila ad attendere il nostro autografo sui CD. Robert Browning, il direttore del World Music Institute, che in collaborazione con Carnegie Hall ha organizzato il concerto ha gli occhi che brillano e sua moglie Helene non smette di lodarci.
Siamo tutti imbarazzati e confusi nel vedere la gente così entusiasta. Dove sta scritto che la nostra musica ha bisogno di arricchirsi di suoni diversi per poter essere apprezzata al di fuori del Salento? Noi arricchiamo i testi e proponiamo nuovi brani, ma queste innovazioni restano in linea con la struttura della musica di tradizione. Spunto di riflessione: gli italiani, dal Sud al Nord, vivono in mezzo alle tracce tangibili di radici antichissime. Monumenti, centri storici, sculture, dipinti, letteratura ci ricordano ogni giorno da dove veniamo e chi c’era prima di noi. Gli americani sono alla ricerca affannosa di radici che non hanno o che hanno dimenticato nel traversare l’oceano. Noi vogliamo innovare la nostra musica di tradizione contaminandola per sentirci moderni. Loro vogliono dagli altri popoli il sapore del susseguirsi delle generazioni, sapore che hanno ormai perduto. Sarebbe necessario che ci sintonizzassimo meglio gli uni sugli altri, alla ricerca di una modernità comune, in accordo col passato che ci siamo tutti lasciati alle spalle.
Usciamo, affrontiamo il gelo della Settima Avenue in direzione di Times Square. Dentro di noi portiamo il calore di un concerto che non dimenticheremo e siamo sicuri che sarà così anche per il “nostro” pubblico.
In diretta da New York.
Fra mezz'ora andiamo a fare il sound check.
Nevica e fa freddo.
Articoli sul Salento, sulla nostra musica e su Aramire' sul Newsday e sul New York Times.
Le nostre brutte facce sono sul cartellone nella settima strada.
Vicino a noi David Byrne.
Il concerto sara' stasera alle 8.30.
Quindi alle 2 e mezzo di notte ora italiana.
A dopo per aggiornamenti.
Ciao,
Roberto Raheli
Mauro Toma
Roberto Corciulo
Samuele Tommasi
Antonio Ancora
MaVi Antonazzo
Nemo propheta in Patria.
La Carnegie Hall di New York, luogo sacro della musica mondiale, ospita Aramirè Compagnia di Musica Salentina.
Il concerto, organizzato in compartecipazione da Carnegie Hall e dal World Music Institute di New York, si terrà il 19 gennaio 2007 alle 20,30 presso la Zankel Hall, uno dei tre auditorium di cui Carnegie Hall è dotata.
Un riconoscimento di indubbio valore per Aramirè, gruppo musicale che negli anni ha proposto la musica del Salento senza lasciarsi fagocitare dalla moda della pizzica a tutti i costi, ma basando il proprio repertorio anche sui canti polifonici, i canti di protesta sociale e politica, i canti d’amore che sono parte integrante della tradizione musicale salentina.
Al di là di facili ammiccamenti alla pizzicomania ed alla apparente “contaminazione”, oggi diktat imperante per chi voglia avvicinarsi al Salento ed alla sua musica, Aramirè propone, insieme ai brani tradizionali salentini più conosciuti (Lu rusciu de lu mare, Fimmene, Cali Nifta…), nuove composizioni che parlano dell’oggi con un linguaggio musicale antico.
Ecco allora Mazzate pesanti, che focalizza l’attenzione sulla mercificazione del Salento per scopi commercial-turistici, la Pizzica per Adriano Sofri, le nuove strofe di O pillo pillo pi, canto di protesta degli anni ’70, rivisitato oggi con la lettura critica delle gesta del San Silvio nazionale.
Aramirè, che nasce nel 1996, erede del Canzoniere di Terra d’Otranto, prova ad elevare il patrimonio tradizionale lasciatoci dagli anziani al rango di genere musicale originale. Non un lavoro di “musealizzazione” della musica antica, quindi, ma un percorso originale di riappropriazione di canoni e tecniche compositive musicali e testuali in chiave attuale.
Che un gruppo italiano sia invitato alla Carnegie Hall è un risultato di spicco, se si pensa che vi si sono esibiti musicisti del calibro di Louis Armstrong, John Coltrane, Frank Sinatra, i Beatles, Luciano Pavarotti, Uto Ughi… solo per citarne alcuni.
Che quel gruppo sia poi Aramirè crediamo sia notizia di poderosa rilevanza, che riempie di gioia, ma intimorisce e meraviglia allo stesso tempo noi per primi.
Aramirè, un gruppo che propone la musica del Salento ispirandosi ai musicisti tradizionali, contadini ed artigiani emarginati, che ha rifiutato di sfruttare l’icona Salento/tarantismo (sino ad arrivare a scrivere sul suo ultimo disco: "stop agli abusi sui ragni"), che cerca di affondare le proprie radici in un antico humus culturale, quello della società contadina, fatto sì di pratiche arcaiche (che è bene essersi lasciati alle spalle), ma anche di grande disponibilità al dialogo con culture diverse. E capace di dar vita ad autentici gioielli di poesia e musica che sarebbe bene traghettare ai posteri.
Sarebbe forse il caso di riflettere, nel Salento ed in Italia, su quell’approccio auto censorio secondo il quale per essere “moderni” diviene necessario ignorare le proprie radici ed asservirsi a modelli a noi estranei.
La sopravvivenza di ogni cultura, per quanto marginale possa essere, rende più ricco l’intero pianeta.
Pensiamoci tutti.
Aramirè
Il flauto di aramirè
Chiunque abbia visto almeno un concerto di aramirè non può non aver notato il flautino che suono.
Un flautino in sol, piccolo piccolo ed acuto, che ho costruito io stesso.
Credo che però non tutti ne conoscano la storia.
C'era una volta una canna da pesca, di quelle di un tempo, di pezzi di bambù che si incastravano l'uno nell'altro a formare una canna di cinque metri, canna fissa, per pescare dagli scogli o tutt’ al più dalla banchina del porto, nello specifico il porto di Gallipoli. Sì, perché all'epoca nel porto di Gallipoli era comune pescare. Oggi non so.
Quella canna era di mio zio, lo zio Nuccio, fratello di mio padre, classe 1913.
Lo zio Nuccio era un grande vinificatore, si divertiva a fare rossi, rosati, bianchi, vini frizzanti. Il suo cavallo di battaglia era un negro amaro per gente integra, praticamente nero, che se macchiava la tovaglia non c'era verso di sbiancarla neanche con l'acido solforico.
Tredicigradiemezzo minimo, massimo un bicchiere a pranzo, oppure ci voleva una pennichella pomeridiana di… un paio d'ore.
Lo faceva senza nessuno fra i piedi, lo imbottigliava in bottiglie serie, corazzate, di quelle che bisognava assolutamente ridarle indietro se no guai, attento alle lune, allo scirocco e lui solo sapeva che altro.
E lo vendeva a chi diceva lui, guai a portargli da riempire un recipiente di plastica e peggio ancora una damigiana non perfettamente asciutta.
Con mio zio Nuccio, con mio padre, qualche volta con lo zio Augusto, grande pescatore (quando si degnava di venire con noi dilettanti) io e mio fratello andavamo a pescare.
Ope, saraghetti, sciudei (cazzi di re), lappane… quello che c'era.
Lo zio Nuccio con la sua canna superava tutti noi e pescava.
Ricordo una volta che non si trovava il cimino della canna, la parte sottile che sta in punta. Gira gira alla fine salta fuori che mia zia l'aveva usata per tenere su una pianta. Una tragedia.
Insomma questa canna ad un certo punto fu parcheggiata a casa mia e rimase lì, abbandonata al suo destino. I grandi si facevano grandi e di andare a pesca non avevano più voglia. Noi piccoli ci facevamo grandi anche noi ed avevamo altro da fare.
E le canne restavano a tarlarsi, abbandonate in uno sgabuzzino.
Non so bene perché, ma ad un certo punto della mia vita di adolescente maturò in me l’idea di costruirmi un flauto. Il flauto (dolce) lo suonavo già da qualche anno e cominciai a sperimentare la possibilità di costruirne uno. Usai una canna normale, di quelle nostre, salentine, ed il risultato non fu granché, però suonava sebbene in un modo un po’ soffiato. Riprovai e uscì meglio, e così via di tentativo in tentativo.
Ma i nodi della canna (che dovevo forare), o il diametro interno irregolare, o non so che cosa, producevano effetti deleteri, l’intonazione irregolare fra l’ottava bassa e quella alta, il perdersi del suono che si trasformava in un soffio indistinto man mano che andavo avanti nel fare i buchi per le dita, il dover allargare i buchi stessi fino a quando il dito non riusciva più a chiuderli… Ed allora pensai che avrei avuto forse bisogno di canne più dritte, con un diametro interno omogeneo e per quello mi serviva la parte della canna libera dagli internodi.
Perché le canne nostre in genere hanno uno spazio abbastanza breve fra nodo e nodo ed i nodi stessi sono chiusi al loro interno per cui forandoli è complicato dare al foro lo stesso diametro interno della canna vuota. Il diametro interno finiva per presentare dei restringimenti che erano quello che volevo evitare.
Provai ad unire pezzi di canna diversi, escludendo la zona del nodo, ma il risultato era fragile, complicato da realizzare e così pensai ad un’altra soluzione.
Nello sgabuzzino giacevano, abbandonate, le canne da pesca, e la canna dello zio Nuccio era dritta, i suoi internodi erano già cavi all’interno e lo spazio stesso fra nodo e nodo era almeno il doppio rispetto a quello delle canne nostre.
Mettere mano a quell’oggetto quasi sacro non fu facile. Mi sembrava di infrangere un tabù, ma infine, un giorno che a casa non c’era nessuno, presi il seghetto e cominciai a lavorare.
Avevo ragione. La maggiore regolarità del diametro interno era quello che cercavo. I flauti che costruiì con quella canna suonavano.
Iniziai con le parti più grosse. Volevo fare un flauto lungo e basso, in do, analogo alla tonalità dei flauti traversi, ma il massimo che riusciì a costruire fu un flauto in mi basso, che ancora suona.
Poi ne feci altri, a tonalità crescenti, in sol, in la, poi uno in do, identico ai flauti dolci di uso comune. Ma taglia che ti taglia della canna di cinque metri ne era rimasta sì e no la metà.
Ormai però, sebbene avessi capito diverse regole costruttive indispensabili per un buon risultato, la voglia di fare flauti mi aveva un po’ abbandonato.
Intanto avevo iniziato ad appassionarmi alla musica popolare, ma suonavo la chitarra, talvolta l’armonica, ed un flauto dolce in do “normale”, cioè comprato. Ma quel flauto aveva un’intensità di suono limitata, ed insieme agli altri strumenti il suo suono si perdeva, specie in situazioni spontanee non amplificate.
Avevo bisogno di un altro flauto, nel quale potessi spingere per avere un suono udibile.
Le tecniche costruttive che avevo sperimentato a danno della canna dello zio Nuccio mi tornarono utili. Della canna originale restavano solo frammenti delle parti del manico, troppo grosse, o di quelle della punta, troppo sottili, ma c’era ancora una parte integra della zona mediana, un po’ sottile ma non troppo.
Era un azzardo ed avrei potuto realizzare un solo flauto, se avessi fallito niente flauto.
Mi spiego meglio, per fare un flauto si comincia dall’imboccatura, se quella suona, il flauto, ancora senza i buchi delle dita, produce la sua tonalità più bassa, come se si tenessero tutti i buchi chiusi, e la tonalità dipende dalla lunghezza: entro certi limiti più la canna è lunga più la tonalità è bassa.
Allora bisogna intonare il flauto accorciandolo sino a giungere alla tonalità desiderata. A quel punto si cominciano a fare, uno alla volta, i buchi per le dita, intonandoli attraverso l’allargamento progressivo del diametro fino a che il flauto non fa tutta la scala.
Detta così pare facile, ma non lo è. Ed alcuni passaggi riservano sorprese inaspettate e sempre poco gradevoli. Alcuni rapporti di diametro interno e lunghezza, distanza fra fori e larghezza degli stessi li ho capiti solo a forza di prove ed errori. Ed ogni errore significa buttare via un flauto che è già a metà della lavorazione… ed un pezzo di canna su cui si era fantasticato e sperato. Ma non posso rivelare tutti i segreti. Prendete le canne da pesca degli zii vostri e provate.
Fatto sta che la lunghezza di quest’ultimo pezzo di canna mi permetteva un solo un tentativo.
Provai.
Fatta l’imboccatura il suono che ne uscì era insolitamente potente e liquido. La tonalità era una specie di fa diesis bastardo, per cui, con grande attenzione lo accorciai fino a giungere al sol. Intendiamoci era un sol acuto, quel sol che sul flauto dolce in do viene fuori con i tre buchi della mano sinistra chiusi (chiaramente anche il pollice deve tener chiuso il suo buco).
Il flautino era veramente piccolo e mi venne il dubbio che le dita non ci sarebbero entrate una volta fatti i fori. Sapevo quante cose potevano ancora andare storte e non volevo illudermi troppo presto, ma la potenza e la scioltezza di quel suono mi incitavano. Congelai la speranza in una parte di cuore e andai avanti freddamente.
Man mano che facevo i fori per le dita questi venivano non troppo piccoli e nemmeno troppo grandi. La speranza di un buon flauto, blindata in una parte di cuore chiuso ermeticamente, cominciava a scalpitare.
Ero quasi alla fine.
Restava l’ultimo foro. quello di sotto, da chiudere con il pollice.
Se quest’ultimo avesse funzionato il flauto poteva dirsi finito. E suonava tutto! Fino a quel momento.
Mi prese la paura. Questo era il momento giusto per rovinare tutto.
Il suono poteva mutare in un soffio schifoso. L’intonazione fra ottava bassa e alta poteva non corrispondere. Il flautino poteva andare a fare compagnia ad una nutrita serie di aborti che conservavo.
Stetti a guardarlo e a suonicchiarlo per quanto possibile. Era un ottimo flauto… almeno fino a quel momento.
Non avevo altre possibilità. Dovevo continuare e finirlo, nel bene o nel male.
E tutto, quella volta, andò bene.
Il flauto suonò, suonò e suonò. Tutte le due ottave e persino le prime due note della terza ottava acuta. Come un flauto vero. Con una potenza di suono ed una pulizia mai sentita prima.
Ero commosso. Disponibile ad un sentire pagano che mi faceva vedere il flautino come una cosa viva.
Quel flauto suonò allora e suona ancora.
Ogni tanto ha le sue giornate storte, quando è troppo umido o quando è troppo secco. Nel corso delle nostre scorribande in giro per il mondo è rimasto "ferito" ed è stato curato, guarendo completamente. A volte bisogna vezzeggiarlo un po’ prima di suonarlo, scaldandolo con un movimento della mano troppo simile a quello che i maschietti a volte fanno quando sono da soli nel bagno.
Quel flauto non è vivo, ma ha le sue particolarità ed una sua personalità. Credo che sia quasi vivo, tanto quanto possibile ad un oggetto inanimato.
Mio zio Nuccio è morto il 9 dicembre 2006. Aveva 93 anni. Non so come reagirà il flauto.
Potrebbe decidere di smettere di suonare. Ed allora io sarei vincolato alla promessa fattagli tanto tempo fa e smettere anch’io. Potrei anche decidere di non portarlo più in giro, ma una volta che lo dimenticai a casa persi la voce dopo due canzoni.
Non so. Credo però che qualcosa sia mutato, in me e nel flauto.
Chi vivrà vedrà.
Roberto Raheli
In merito allo scoppio della notte della taranta.
Qualche tempo fa scrivevo: “Quando la ndt scoppierà, il suo scoppio ci travolgerà tutti”.
Trovo questo commento:
“ ma tutti chi???
come comune cittadino, mi dovrei preoccupare? o essere grato per la imminente fine di questo abbaglio folkloristico?
sperò che lo scoppio avverrà presto, con relativo seppellimento al campo santo.”
Cerco di spiegarmi “rubando” una citazione a Luca Ferrari
http://www.lucaferrari.net/articoloperle.php?ID=6
«Facile azzardare una previsione, per concludere, che certo irriterà i "trombettieri" del "neotarantismo": come già per altre mode estive (chi balla più la macarena?), anche il fenomenale successo della pizzica scemerà, una volta che la massa di turisti si sarà rivolta altrove, annoiata e irritata dall'ostinata invariabilità dell'offerta ("dopo un po' la pizzica rompe i coglioni", va ripetendo nelle interviste il grande Uccio Aloisi, lui che è uno dei padri riconosciuti della "pizzica"!), stremata dall'insensato aumento dei prezzi degli esercizi pubblici, dalla progressiva riduzione delle spiagge "libere", dal traffico caotico e sregolato delle strade, dalle piccole discariche abusive di inerti sparse qua e là nell'entroterra...
Il Salento e la sua musica (quella passata straordinaria, quella presente in gran parte da inventare...) resteranno soli, delusi e depredati, più poveri anche, perché si sarà perso tempo a ripetere stoltamente facili cliché piuttosto che a progettare e praticare nuove espressioni che nascano dalla contemporaneità.»
14 OTTOBRE 2006 A FIRENZE
Il concerto del 14 ottobre, presso l'Auditorium Flog a Firenze, è stato, credo, un buon concerto.
Se qualcuno dei presenti capita qua e vuole dire la sua ne saremo molto felici.
Dopo di noi hanno suonato I cantori di Carpino, con Picininno e Maccarone, i due grandi vecchi di Carpino, sempre splendidi e bellissimi nella loro semplicità ed integrità.
A questo proposito vorrei scusarmi a nome del gruppo per non aver acconsentito alle richieste di bis alla fine del nostro concerto, ma la presenza di questi mostri sacri della musica tradizionale italiana non ci ha messi in condizione di dilungarci oltre il tempo consentito dal programma.
Vorrei fissare qui una cosa che mi ha colpito.
Quando I cantori di Carpino sono saliti sul palco, Maccarone (87 anni), aveva bisogno di aiuto per salire i gradini. Piccininno (90 anni) ha subito prestato la sua mano per la bisogna.
Io mi sono commosso.
Ciao
Roberto Raheli
P.S.
Appuntamento a Perugia il 25 ottobre.
Livello 110, presso la mensa universitaria in via Pascoli
info 339 3237105
4 agosto 2006
Messaggio inviato a Giovanni Pellegrino - Presidente della Provincia di Lecce
Autore: Roberto Raheli
Titolo: Lo scoppio della notte della taranta
Egregio Presidente, mi permetto di proporle questi miei pensieri che forse potranno, se mi farà l'onore di dar loro un'occhiata anche fugace, complicarLe un po' di più le complicate scelte che è chiamato in questi giorni ad affrontare.
Tenga conto che il mio punto di vista, essendo io un operatore culturale che segue un percorso finora fruttuoso, indipendente dalle vostre scelte di questi anni, è un punto di vista privilegiato.
Prima o poi la ndt scoppierà. Troppo di tutto, soprattutto troppa proposta di cose di bassissimo livello musicale, senza alcun criterio che le leghi realmente al territorio.
Ma attenti voi che essendo "contro" magari ne sarete contenti.
Perché nello scoppio tutti saremo coinvolti.
Già dall'anno scorso svariate volte mi sono sentito dire da organizzatori di concerti o di eventi culturali: "basta Salento, non se ne può più", oppure: "abbiamo visto la ndt. Non siamo interessati alla pizzica".
Vai a spiegargli che stanno parlando con uno che lavora a tempo pieno per proporre una via alternativa al nottetarantismo, riuscendoci bene (fra l'altro).
Quando la ndt scoppierà, il suo scoppio ci travolgerà tutti.
E il colmo della beffa sarà che proprio i responsabili dello sfascio saliranno in cattedra a spiegarcene le ragioni ed a proporre i rimedi.
Aspettate e vedrete.
Roberto Raheli
Aramirè
Risposta:
Caro amico,
le Sue perplessità in merito alla "Notte della taranta" sono rispettabili, come ogni giudizio soggettivo. La Provincia di Lecce ha inteso sostenere questo evento perché legato al territorio, alla sua storia, alle tradizioni, e perché rappresenta un'occasione di sviluppo e di crescita, veicolo di conoscenza del Salento in Italia e in campo internazionale. E' comunque una bella festa di popolo, che dovrebbe piacere agli amanti della democrazia.
Cordiali saluti.
Giovanni Pellegrino - Presidente della Provincia di Lecce
7 settembre 2006
Egregio Presidente,
in risposta a quelle che Lei chiama le mie perplessità sulla ndt, contenute nel mio messaggio del 4 agosto scorso, Lei mi scrive, sempre a proposito della ndt: "E' comunque una bella festa di popolo, che dovrebbe piacere agli amanti della democrazia."
Vorrei sapere da Lei se le belle feste di popolo organizzate durante il ventennio fascista per i comizi di Benito Mussolini dovrebbero piacermi, visto che io sono di sicuro un amante della democrazia.
Il dato numerico di partecipazione di persone ad un qualsivoglia evento non basta da solo a decretarne il successo o a giustificarlo.
Se le cose stessero così ogni posizione di minoranza sarebbe dogmaticamente sbagliata, ed il concetto stesso di democrazia sarebbe quindi reso vano.
La Sua risposta, la risposta di un senatore della Repubblica Italiana, mi meraviglia e mi dispiace molto.
Roberto Raheli
Perché sono contrario alla notte della taranta.
Ho ritrovato un'intervista fattami da Giorgio Meneghetti che inserisco di seguito.
Spesso mi chiedono spiegazioni sui perché e sui percome del mio (per fortuna non solitario) dissenso dall'"evento" e qui molte delle mie ragioni sono spiegate, per chi avrà voglia di leggere.
Un'altra, per cui ora rimando la spiegazione qualora ce ne fosse bisogno, è questa: se io avessi una gallina dalle uova d'oro che fa un uovo al giorno, mi guarderei bene dal forzarla a farne cinque, di uova d'oro al giorno, dato che lo sforzo potrebbe privarmi anzitempo della mia fonte di ricchezza.
Roberto Raheli
Intervista a Roberto Raheli
di Giorgio Meneghetti
Giorgio Meneghetti: Parliamo con Roberto Raheli, fondatore del gruppo di musica salentina Aramirè, del rapporto tra musica tradizionale e riproposta per comprendere le ragioni per cui da sempre il suo gruppo boicotta il festival e il concertone La Notte della Taranta.
Giorgio Meneghetti: Sin dall'inizio, tu e il tuo gruppo, Aramirè, vi siete opposti in maniera netta alla manifestazione de La Notte della Taranta. Questa convinta decisione trascende l'aspetto musicale?
Roberto Raheli: Da conversazioni con persone presenti a Melpignano, fra l'altro musicisti e suonatori, che poi hanno riascoltato la registrazione del concerto, è venuto fuori che stando lì non avevano avuto la percezione dei disastri musicali, di cui si sono resi conto con il riascolto, perché contagiati dall'entusiasmo generale. Ecco perché io credo che la notte della taranta sia ANCHE un concerto ma il suo successo si basa per lo più sull'aspetto di marketing sul quale Sergio Blasi, sfruttando l'onda preesistente del successo della "pizzica", è stato molto bravo a lavorare. Con i soldi pubblici.
Giorgio Meneghetti: Come Aramirè, attorno al 1997, avete contribuito alla fondazione dell'Istituto Diego Carpitella con gli obiettivi principali di difendere e diffondere la cultura orale del Salento. L'idea dichiarata chiaramente in principio era quella di raccogliere la maggiore quantità possibile del materiale riguardante soprattutto la musica tradizionale salentina e il tarantismo in particolare. Già nel 1998, però, è nata la rassegna La Notte della Taranta che, a quanto pare, ha "risucchiato" tutte le risorse economiche e potenzialità culturali dell'Istituto Diego Carpitella.
Roberto Raheli: È vero, come Aramirè eravamo dentro al progetto iniziale dell'Istituto Carpitella, che però poi ha tradito in modo totale gli scopi per cui era stato concepito, dedicando tutte le energie all'organizzazione del festival e abbandonando ogni sforzo di ricerca, studio ed archiviazione della musica e della cultura tradizionale. La Notte della Taranta arriva in un contesto delicatissimo di riappropriazione di canti quasi perduti, come un elefante in una cristalleria. Che cosa resterà dopo? Il deserto.
Ecco perché mi incazzo, con Blasi che utilizza la "pizzica" per costruirsi una carriera politica; con Ambrogio Sparagna, "allievo di Carpitella", come lui ama definirsi, che dovrebbe avere gli strumenti cognitivi per capire il problema; con chi è passato, da un atteggiamento di critica totale, alla collaborazione con il festival, dando l'impressione che l'interesse personale o il ritorno di immagine contino, alla fine, sempre di più di ogni altra cosa. Sono "etnico incazzato" con questo Salento che, alla fine, si vergogna sempre di se stesso. Il che è la ragione ultima dell'esistenza della Notte della Taranta.
Giorgio Meneghetti: Quali sono, dunque, le motivazioni che vi hanno portato a rifiutare la vostra partecipazione a La Notte della Taranta?
Roberto Raheli: Partecipare alla Notte della Taranta sarebbe stata la via più semplice e più remunerativa in termini di ritorno di immagine e di successo del gruppo (quindi anche con un ritorno economico non sottovalutabile). Tuttavia io sono convinto che la musica salentina, più o meno sopravvissuta alla rimozione operata a suo tempo dagli anziani stessi, non abbia sviluppato musicalmente che una ridicola frazione delle sue potenzialità. Il peso elefantiaco della Notte della Taranta crea omologazione e appiattimento (pensa ai giovani che si avvicinano alla "pizzica" avendo a modello il concertone) e quindi rischia di distruggere sul nascere ogni forma di approfondimento che può essere la vera risorsa su cui puntare. La musica salentina avrebbe avuto bisogno di crescere in pace, di recuperare il recuperabile, di consolidarsi permettendo la formazione di giovani leve in reale sintonia con i moduli musicali tradizionali, non perché bisogna fare la riproposta a ricalco, approccio che io non condivido, ma perché solo acquisendo davvero la grammatica musicale dei nostri anziani è possibile andare avanti conservando e sviluppando una ricchezza che viene dimenticata e perduta sempre di più ogni giorno che passa. E questo discorso, che viene frainteso ogni volta che lo faccio, non ha come obiettivo il tornare indietro, il che è una pretesa di tale assurdità che ci da delle chiare indicazioni del livello intellettivo (intellettivo non intellettuale) di chi la formula. Questo discorso al contrario ha l'obiettivo di andare avanti. Solo se si conosce la grammatica musicale tradizionale si possono concepire nuovi brani, si può cioè rivitalizzare la musica di tradizione.
Giorgio Meneghetti: Da certe tue dichiarazioni pubbliche sulle numerose discussioni nel forum di www.pizzicata.it, devo ammettere che a volte mi è venuto da pensare che il tuo pensiero possa essere un po' troppo intransigente, non senti il pericolo di poter essere interpretato come un "integralista salentino"?
Roberto Raheli: Questo non è un discorso improntato a scelte ideologiche o di appartenenza identitaria o che cela risvolti politici leghisteggianti. È solo un discorso musicale. Ecco perché io non mi sento né intransigente né tanto meno integralista. Se tu ascolti i nostri CD ed i nostri concerti non puoi non notare che la nostra musica è tutt'altro che integralista. Per me però è lampante che i canti degli anziani sono solo la superficie di un mondo musicalmente ricchissimo e bellissimo, e quei canti è necessario che vadano ascoltati non solo nella forma esteriore, che può risentire dell'anzianità dei cantori, della situazione, dell'improvvisazione della registrazione, in cui magari persone che non si conoscevano neppure si trovavano a suonare insieme, di mille problemi "tecnici". La forma esteriore può presentare difetti ed errori, ma dietro si intravede un mondo musicale affascinante, che non è neppure indagato, non parliamo poi di essere compreso e studiato e, possibilmente, sviluppato. Fra gli integralisti musicali (la cui presenza però è solo teorica, fammi il nome di un integralista, per favore) e i contaminatori da Notte della Taranta chi preferire? Stando le cose come stanno, se oggi nascesse un integralista e facesse musica salentina in maniera integralista, pur non essendo convinto della necessità della riproposta a ricalco, lo preferirei a questa banda di musicisti e suonatori che nascondono la povertà creativa dietro l'aggiunta di strumenti moderni, che pensano che gli anziani cantavano male e cantano come se fossero al festival bar, che non si accorgono che con tanto fermento sulla musica tradizionale salentina e sulla "pizzica" gli unici gruppi salentini che esprimono il Salento sono i Negramaro e i Sud Sound System che non hanno nulla a che fare né con la pizzica né con la cultura popolare. In realtà di integralisti non ce ne sono e la loro presenza è inventata ad arte per poterli agitare come spauracchio di spinte reazionarie alla "purezza" e all'isolamento, al contrario della Notte della Taranta che invece, progressista quasi "per contratto", persegue lo scambio e il meticciato. Ma meticciato de che? Il meticciato non nasce a tavolino, avviene quando si creano le condizioni reali, nella vita quotidiana, quindi con mutamenti profondi della società. Stiamo con i piedi per terra, per favore. Io non mi sento reazionario se canto e suono sforzandomi, con tutti i miei limiti, di farlo "alla salentina". Senza che ciò significhi volermi isolare o voler imporre niente a nessuno, o voler sfuggire al confronto. Abbiamo girato il mondo con i concerti di Aramirè, abbiamo suonato con irlandesi, americani, spagnoli, sardi. Senza complessi di superiorità. Ma neppure di inferiorità. E il complesso di inferiorità salentino è sempre il problema vero. Una domanda la faccio io. Come mai, oggi che la "pizzica" ha tanto successo ovunque venga suonata, noi salentini (o meglio alcuni salentini), attraverso la Notte della Taranta di Sparagna la trasformiamo in saltarello? (O in rock, jazz, pop, musica classica andando indietro a quelle di Copeland, di Zawinul, di Cosma, di Milesi, di Sepe). Con tutto il rispetto possibile ed immaginabile per il saltarello ed i suoi suonatori o per qualsiasi espressione musicale, stante la moda della "pizzica" non sarebbe normale, seppure altrettanto errato, aspettarsi il contrario? È il complesso di inferiorità salentino che lavora e che fa vedere brutta la musica che per me invece è la più bella del mondo e quindi fa desiderare di stravolgerla. E perderla.
Giorgio Meneghetti: Quali sono secondo te i limiti invalicabili della cosiddetta musica di riproposta? Si tratta di limiti musicali o di altro? Diego Carpitella disse più o meno che gli estremi nell'ambito della riproposta erano da un lato un atteggiamento necrofilo verso il documento originale della tradizione orale e dal lato opposto troviamo la sommarietà e la grossolanità di chi nega l'esistenza oggettiva dell'originale e arriva a mettere sullo stesso piano la tradizione e la riproposta.
Roberto Raheli: Sono assolutamente d'accordo con le parole di Carpitella che riferisci. Io da parte mia credo che non ci sia nulla di male negli apporti creativi, più o meno spinti, da parte di chi ripropone, la cosa che mi fa andare in bestia è l'ambiguità. Se uno propone un concerto ultra contaminato, ma poi per venderlo sfrutta l'onda della musica "popolare" (o come la si voglia chiamare) dichiarando che invece il suo concerto è un concerto di musiche di tradizione, dà un'informazione distorta al pubblico. Non credo che chi agisce così sia in buona fede. O meglio, o è in malafede e lo fa per vendere di più, oppure è realmente superficiale. Però la superficialità può provocare a disastri.. Chi propone deve avere il coraggio di dichiarare quello che fa. In ogni caso sarà il pubblico a giudicare. Anche perché non è detto che una brutta riproposta che aspira ad essere filologica sia meglio di una bella riproposta contaminata, o viceversa. In ogni caso resto convinto del fatto che solo chi conosce approfonditamente l'oggetto su cui si vuole intervenire ha più titolo per modificarlo. Ecco perché mi meraviglio del risultato musicale (disastroso) dell'allievo di Carpitella, Ambrogio Sparagna. D’altra parte tutti quelli che si sono avvicinati alla “pizzica” con occhio attento a non scontentare i pizzicaroli alla moda, che possono modificare? Possono tutt'al più suonare cose totalmente estranee alla musica di tradizione che stanno a quest'ultima come un pescecane sta a un delfino. Entrambi vivono nel mare ed hanno tutti e due la pinna sul dorso. Ma sono assolutamente diversi.
27/11/2005
Mesciu Nino di Nociglia non c'è più.
Mesciu Nino Sancesario è morto oggi.
Storico costruttore di tamburelli era rimasto l'ultimo a coltivare quest'arte, finché non è stato affiancato da uno stuolo di giovani costruttori.
Ecco…
Solo parole di rabbia mi vengono, perché questa gente se ne va nella più assoluta indifferenza.
D'altra parte il progresso così vuole.
Non è vero cari amministratori della pissica?
Siete troppo impegnati con i vostri faraonici progetti devastanti per accorgervi che le radici della cultura salentina avvizziscono e muoiono.
E voi, intellettuali di complemento che parlate, parlate e poi, con la pancia ben piena salite sul carrozzone, parlate ora, che un altro pezzo del cuore del Salento se ne è andato.
E come li rimpiazziamo noi salentini questi corpi che muoiono? Con una specie di insensato cyborg che ci divorerà tutti.
Molta rabbia e molta tristezza.
Roberto Raheli